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La responsabilità civile dei magistrati

Enzo_Tortora

Enzo Tortora

In uno Stato di diritto ed in particolar modo in uno Stato di diritto democratico, il potere giudiziario è, tra i tre poteri, il meno controllabile, forse anche il più sottoposto a pericoli degenerativi, essendo sempre difficile determinare chi e come dovrà controllare i controllori. È del 1987 il referendum promosso dal Partito Radicale e dal Partito Socialista relativo alla responsabilità civile dei magistrati. Gli italiani scelsero che i membri del potere giudiziario dovessero rispondere per i loro errori. In tal senso si espresse infatti l’80% dell’elettorato, influenzato certamente anche dal caso Tortora. Dopo il referendum venne approvata la legge Vassalli, che fu purtroppo invece molto morbida nei confronti della magistratura.

Dopo tutto questo tempo, la minaccia di un’ennesima sanzione europea ha certamente contribuito a spingere la classe politica ad affrontare di recente la questione. Così abbiamo una nuova normativa, che fa qualche passetto avanti rispetto alla legge Vassalli. Quest’ultima in pratica fu scritta dal legislatore sotto dettatura della magistratura. La sintesi dei dati mostra efficacemente l’inadeguatezza della legge Vassalli: solamente 35 azioni su un totale di 410 hanno passato indenni il filtro di ammissibilità. Sempre su 410 azioni solamente 7 hanno dato torto al giudice e la rivalsa dello Stato è giunta al termine soltanto una volta.

Sull’approvazione della nuova legge il presidente del consiglio Renzi ha dichiarato: “Sono 28 anni che aspettavamo, si tratta di un gesto di civiltà”. La nuova normativa, innanzi tutto, toglie il filtro di ammissibilità, cioè che i magistrati delle Corti d’appello dovessero decidere relativamente alla fondatezza delle domande di risarcimento. Con la riforma, inoltre, l’azione può essere promossa entro tre anni dalla sentenza definitiva, mentre in precedenza la si poteva proporre entro due anni. Altra novità è che tra i motivi per cui si può promuovere l’azione vi è il travisamento del fatto o delle prove, così che a rispondere non sarà solo il giudice che non applica la legge o nega un fatto, ma anche quello che interpreta male un fatto oppure una prova. Anche in questo caso si può adesso legalmente parlare di colpa. Con l’attuale riforma, i magistrati potranno essere condannati a pagare fino alla metà dello stipendio annuale, mentre prima il limite era di un terzo.

L’Associazione Nazionale Magistrati ha già apertamente manifestato tutta la sua contrarietà corporativa verso la riforma. Uno degli argomenti sollevati è che i giudici, per paura di essere poi condannati, non giudicheranno serenamente, essendo così indotti a scegliere di volta in volta le decisioni che meno possano essere poi contestate.

Il principio che chi sbaglia paga deve valere per tutti, a maggior ragione proprio perché, per motivi corporativi, diviene più difficile applicarlo a loro, dato che chi deve giudicare un giudice è pur sempre un giudice, e non si potrà di certo annullare il sentirsi parte della stessa categoria. I giudici in realtà non intendono essere sottoposti a giudizio se sbagliano. Non vogliono quindi pagare per i loro errori. Questi ultimi a volte sono veri e proprio orrori, che arrivano anche a devastare la vita delle vittime della malagiustizia.

L’ex presidente dell’Unione Camere Penali ed attuale membro della direzione del movimento politico dei Radicali Italiani (soggetto costituente il Partito Radicale), l’avvocato Valerio Spigarelli, giudica positivamente la riforma, anche se ha dichiarato che si poteva fare certamente di più. L’avvocato Spigarelli ha anche dichiarato che prevede che i giudici solleveranno questione di legittimità costituzionale e quindi la partita potrebbe ancora essere aperta, sotto questo punto di vista. Secondo Spigarelli, comunque, gli argomenti sollevati dalla magistratura non reggeranno al vaglio della Consulta.

Massimo Messina