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Libia nel caos Tagliagole cambia casacca e "infedeli" in fuga

Il 17 febbraio scorso si è celebrato in Libia il quarto anniversario dell’inizio della rivoluzione che ha portato alla caduta del regime di Gheddafi. In quattro anni, purtroppo, non si è riusciti ancora a stabilire un qualsiasi regime politico che possa assicurare un minimo di pace, sicurezza e stabilità.

Una decina di anni fa fui in Libia per due mesi e presi in affitto una camera. Il mio coinquilino, che per prudenza chiamerò X, era un insegnante egiziano di fede cristiana. Sapere oggi di egiziani cristiani barbaramente uccisi dai terroristi del sedicente Stato Islamico mi conduce necessariamente ai ricordi del mio soggiorno in Libia. X una domenica, mi fece conoscere la sua comunità, conducendomi nella chiesa copta di Tripoli, dove potei assistere alla liturgia domenicale. La chiesa in questione è dedicata a San Marco ed è una delle due chiese copte (l’altra è quella di San Giorgio, a Misurata) che furono per errore colpite dalle forze Nato in un raid aereo nel 2011, durante quella che purtroppo fu una rivoluzione ancora non del tutto compiuta se non nella sua pars destruens, dato che da quell’anno la Libia è nel caos. Per fortuna i raid che colpirono le due chiese copte non hanno provocato vittime civili, neppure un ferito.

I tagliagole dell’IS (Islamic State) che abbiamo adesso nelle coste del Mediterraneo, nella sponda immediatamente a sud dell’Italia, e ci minacciano apertamente mentre sgozzano cristiani, non nasce come IS. Prima aveva infatti altra denominazione, ma ha deciso di cambiare casacca, forse per farci più paura, dato che in Occidente conosciamo bene  le barbarie dello Stato Islamico compiute in Siria ed Iraq.

I copti egiziani che sono stati uccisi domenica scorsa erano dei pescatori, colpevoli solo di appartenere alla loro fede religiosa, mostrati al mondo, tramite un video, realizzato allo scopo di minacciare l’Italia e, tramite l’Italia, l’intero Occidente. Il video è stato veramente realizzato vicino Tripoli? Di certo già il 27 gennaio scorso vi è stato un attentato nella città di Tripoli e precisamente all’hotel Corinthia – Bab Africa. Nel video diffuso dai tagliagole una voce in arabo usa le seguenti parole: “Ci avete visto sulle colline della Siria e ora ci vedete a sud di Roma”. Si vede anche il sangue delle vittime sparso nel mare.

È chiaro che questa macabra, orribile, messa in scena mediatica non costituisce una minaccia reale di invasione né militare né di altro tipo dell’Italia, ma la minaccia di stampo terroristica è evidente a tutti. Inoltre i finanziatori di questi gruppi di fanatici purtroppo non mancano dunque ciò che oggi appare molto lontano potrebbe avverarsi fra qualche anno.

I nostri connazionali che erano in Libia sono tornati in patria. Rimane a Tripoli solo il suo coraggioso vescovo cattolico, padre Giovanni Innocenzo Martinelli, che ebbi l’onore di incontrare personalmente. Ecco che parole ha usato in questi giorni: “Questa è la fine della mia missione. E se la fine dev’essere testimoniata con il mio sangue, lo farò”.  Adesso vicario apostolico nella chiesa dedicata a Francesco d’Assisi, arrivò in Libia nel 1971, da frate e ha già ricevuto numerose minacce di morte.

 Massimo Messina